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Caterina Sciancalepore

ceramista · Nericata

/grès/ · /ce·rà·mi·ca/ · /ri·tì·ro/ · /frat·tù·ra/ · /kintsugi/ · /fór·no/ · /borne/ · /e·le·gàn·za/ · /Raku/ · /òs·si·di/ · /fìr·ma/ · /càl·co/ · /og·gèt·to d’ ù·ṣo/ · /mo·del·la·zió·ne/ · /Faenza/ · /Castellamonte/

La ceramica e le terraglie si comportano tra le mani del vasaio in modo solo apparentemente docile. Rispondono invece a regole fisiche che ne plasmano le forme, gli spessori, i ritiri. Sta all artigiano comprenderle ed interpretarle mettendoci il suo talento. Il rapporto con la materia è biunivoco, e richiede dedizione. Caterina nel suo laboratorio ha accettato la sfida di trasformare in oggetti poetici e utili i pani di terra, dapprima umida poi infine cotta nel forno, per divenire inalterabile. Il forno che pure lui lavora a creare imprevedibilità, varietà, incertezza del risultato. É quindi in questo limite tra la forma definita e quella potenziale, tra ciò che si desidera e ciò che infine si adotta che gioca il suo ruolo indispensabile il ceramista, con il suo arsenale di piccoli attrezzi, colori, stampi e spatole. Ma sono soprattutto le mani, in un rapporto rapido tra l’occhio e il cervello, lo strumento più raffinato.

Note a margine

a cura di Silvia Baldetti

· minuto 6:40 \ Nota 1 \

Lo “Shodō” è una tecnica di calligrafia giapponese, il cui nome deriva dall’accostamento di due caratteri, “Sho” (scrittura) e Dō (via, pratica); letteralmente, quindi, “via della scrittura”. Il secondo carattere chiarifica il senso della tecnica, cioè esercizio, percorso per giungere al perfezionamento, che nel caso dello Shodō è anche perfezionamento interiore dell’individuo che lo pratica.
Non è, dunque, solo una bella scrittura, come suggerisce l’uso comune del termine calligrafia, ma anche un gesto espressivo che riporta sulla carta quella cura e quella raffinatezza figlie della pratica.
A tal proposito, è famoso l’aneddoto del pittore cinese Chuang-Tzu a cui l’imperatore commissionò il disegno di un granchio. Il pittore impiegò dieci anni soltanto nella sua progettazione, ma quando lo realizzò, lo fece con un unico, fluido movimento del pennello, disegnando il granchio più perfetto al mondo.
La gestualità, dunque, è sintesi. L’azione del pennello permette, in un istante, di restituire il percorso professionale e personale del calligrafo.

· minuto 1:37:11 \ Nota 2 \

Il “Kintsugi”, letteralmente “riparare con l’oro”, è una tecnica giapponese di restauro della ceramica, che consiste nel rinsaldare i frammenti rotti di un oggetto attraverso una mistura di lacca “urushi” e oro in polvere.
L’idea di fondo del Kintsugi è quella di dichiarare la storia che sta dietro l’oggetto, rendendone visibile – e addirittura impreziosendone – le “cicatrici”, le fratture, in modo che il danno sia un’opportunità per renderlo ancora più unico. Vale dunque la pena rinsaldarne i pezzi, restituendo così il valore del materiale di cui è fatto l’oggetto e non vanificarne lo sforzo artigianale. Ciò che è destinato a durare nel tempo merita di essere riparato.
Riparare ciò che è prezioso e impreziosire riparando, sono concetti che si riscontrano, per esempio, ne “La Giara” di Luigi Pirandello. La novella racconta la storia di Don Lollò Zirafa che, avendo acquistato una nuova giara e trovatasela rotta il giorno stesso, vuole farla riparare. Così, viene condotto da Zi’ Dima Licasi, un “conciabrocche”, che gli garantisce che riuscirà a ripararla e a rafforzarla grazie ad un suo “mastice miracoloso”. [“C’era giusto Zi’ Dima Licasi, che aveva scoperto un mastice miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice, che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco: se don Lollò voleva, domani, alla punta dell’alba, Zi’ Dima Licasi sarebbe venuto lì e, in quattro e quattr’otto, la giara, meglio di prima.”].

· minuto 43:00 \ Nota 3 \

La Borne è un villaggio che si trova in Francia, vicino a Bourges. Oggi continua a essere un riferimento internazionale per la tradizione ceramica: la prima attività del distretto produttivo risale al XIII sec.
Il punto di forza di La Borne si trova nell’offrire l’opportunità ai ceramisti di tutto il mondo di entrare in contatto tra loro e confrontare pratiche e tecniche, grazie allo scambio di metodi e prassi, per esempio attraverso i “forni collettivi”, gestiti congiuntamente.
Il villaggio gode di una posizione privilegiata nel mezzo della foresta ed è su una grande vena di arenaria, elementi che facilitano l’accesso alle materie prime.
Il criterio geografico è, dunque, un elemento che ha condizionato lo sviluppo ceramico. Lo stesso si può dire per l’Italia. Ad esempio, l’Umbria gode di una prestigiosa fama per le ceramiche, come quelle di Gubbio, Deruta, Orvieto e Gualdo Tadino: la regione, infatti, è feconda di sorgenti d’acqua, zone boschive per reperire legna, e terreni argillosi.
Altri distretti produttivi italiani sono, ad esempio, Castellamonte e Mondovì (Piemonte), Albisola (Liguria), Faenza (Emilia-Romagna), Impruneta (Toscana), Pesaro (Marche), Vietri sul Mare (Campania), Grottaglie (Puglia), e Caltagirone (Sicilia).

· minuto 1:21:51 \ Nota 4 \

Il verbo “plasmare” deriva dal latino plasmare, a sua volta derivato dalla radice plasma della parola greca “plàsma-atos”, che significa “cosa plasmata, forma”. Il termine, dunque, significa “dare forma”.
Nella lavorazione al tornio, la forma nasce da un equilibrarsi di vuoti e pieni. Le mani, una tiene e l’altra plasma, sono lo strumento fondamentale del ceramista, dotate di una propria intelligenza: la forma non viene dominata ma accompagnata. Il comportamento plastico dell’argilla e il metodo di cottura, il fuoco, influiscono sul risultato della creazione. Il ceramista, quindi, opera nell’indeterminatezza: cerca d’imprimere un’intenzione al lavoro in base alla propria sensibilità ed esperienza, ma sempre consapevole che il risultato potrà essere diverso dalle aspettative.
In Giappone, il concetto del Wabi-Sabi descrive bene l’atteggiamento che ogni ceramista dovrebbe avere: il carattere “Wabi” sta per povertà, semplicità, e “Sabi” per bellezza che si acquisisce col passare del tempo. Il Wabi-Sabi è una concezione estetica che mira a riconoscere la bellezza delle cose imperfette, fondandosi sull’idea che “nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”.

· minuto 13:00 \ Nota 5 \

Guido Vigna è un ceramista professionista che ha iniziato a lavorare nel 1980. Nelle sue opere, predilige la commistione di tecniche, in un gioco continuo tra innovazione e tradizione, che “mi permette di conoscere profondamente me stesso e mi mette costantemente in discussione”. Partendo dal tornio, alle produzioni smaltate, fino al Raku, ha sperimentato e inventato nuovi metodi, tra cui quello dei Rullini Ossidati, che consiste nel sovrapporre su una lastra d’argilla una serie di immagini – un rullino, appunto – che sintetizzano momenti del presente per consegnarne un ritratto ai posteri. Oltre alla rappresentazione del mondo che lo circonda, Vigna lascia trasparire nei suoi lavori anche suggestioni particolari, come quelle che gli derivano dalla passione per l’India.
Guido Vigna condivide la sua tradizione creativa con il figlio, Gianmario, nel laboratorio di San Bernardo di Cervasca, in provincia di Cuneo.

· minuto 17:00 \ Nota 6 \

Giancarlo Scapin (1943-2013) è stato un ceramista italiano, presente alle più importanti rassegne ceramiche d’Italia sin dagli anni ’70, e perfezionatosi presso la comunità ecumenica di Daniel de Montmollin, il cui libro “Il Poema Ceramico” gli “ha aperto gli occhi nei confronti di un “fare” con la materia che diventa un cammino parallelo con quello dell’uomo”. Per Scapin, vicino a una “esperienza di lavoro energicamente prassistica, […] un immergere le mani nel caos della terra per cavarne un ordine plastico ed espressivo”, c’era anche un continuo fiorire di “meditazioni e discorsi che frugano incessantemente […] nei giardini del pensiero critico e filosofico” (Dino Formaggio).
L’artista diviene quindi egli stesso opera d’arte, incarnando la perfetta “sintesi di tecnica e poesia”.

· minuto 43:00 \ Nota 7 \

Charlotte Poulsen è una ceramista danese, che ha fatto il proprio apprendistato presso La Borne attorno agli anni ’70; nel 1980, vi si è trasferita ufficialmente. I suoi lavori si sono sempre ispirati all’essenzialità degli oggetti d’uso, eredità del design danese. Negli ultimi decenni, comunque, la Poulsen si è lasciata influenzare da nuovi impulsi creativi, dando agli oggetti una forma e un respiro sempre più animalesco, fino a trasformarli in veri e propri animali, come polpi, giraffe e leoni.

· minuto 25:00 \ Nota 8 \

Daniel de Montmollin, frère Daniel, è un maestro vasaio, autore de “Il poema ceramico”, che fa parte della Comunità Ecumenica di Taizé. La Comunità fu fondata nel 1940 da frère Roger Schutz come villaggio d’accoglienza per profughi di guerra, e nel 1944 si aggiunsero due giovani svizzeri, Max Thurian e Pierre Souverain, e poco dopo, anche de Montmollin.
A Taizé, ci sono due laboratori di arte ceramica: il primo incentrato sulla tornitura e l’elaborazione di smalti, venne fondato da frère Daniel nel 1949, dopo che aveva incontrato il vasaio Alex Kostanda a Cluny. Quando la comunità crebbe, prese piede anche il secondo laboratorio: la produzione è di oggetti d’uso quotidiano. Come avviene in diverse parti della Francia, ad esempio, La Borne, i fratelli di Taizè offrono la possibilità di visitare la loro atelier di ceramica, poiché la comunità si fonda sul lavoro in condivisione e s’impegna a “vivere solo del nostro lavoro non accettando né offerte, né eredità, né regali, nulla, assolutamente nulla.”.

· minuto 6:40 \ Nota 9 \

La marcatura della ceramica è l’applicazione di un marchio o una firma.
La marcatura può avvenire: per incisione (quando l’argilla è in lavorazione); per impressione (applicando un timbro sull’argilla morbida); tramite pittura (sopra lo smalto o sotto vetrina); a stampo (trasferiti da lastre di rame).
Il marchio consente al conoscitore di risalire all’autore, all’epoca dell’esecuzione e, di conseguenza, anche alla tecnica di produzione della ceramica. Per il ceramista è sinonimo di autorialità, di identificazione con ciò che produce, ma anche reputazione e garanzia di qualità.
Ad esempio, è molto famoso il marchio a due spade incrociate, quello della Porcellana di Meissen (o Porcellana di Dresda), i cui primi esemplari risalgono al 1707: la formula venne scoperta dal barone Ehrenfried Walther von Tschirnhausen assieme all’alchimista Johann Friedrich Böttger. Quella di Meissen è una porcellana molto prestigiosa, poiché la prima prodotta in Europa.

· minuto 1:06:11 \ Nota 10 \

La tecnica del colombino è una tecnica primitiva che non necessita dell’uso del tornio. È utile soprattutto nella realizzazione di forme molto grandi e complesse, ad esempio vasi da giardino in terracotta. Consiste nella sovrapposizione di un colombino sull’altro (lunghi cilindri di argilla rullati a mano), messi a spirale, che vengono poi compenetrati tra loro e levigati in superficie fino a dare forma all’oggetto. Una volta che la terra si è essiccata, come avviene per le terraglie, l’oggetto viene cotto una prima volta a circa 1000° (la cosiddetta “biscottatura”) e, dopo essere stato decorato, cotto nuovamente per il fissaggio.
La pratica artigianale del colombino trova un suo corrispettivo tecnologico nella manifattura additiva (“Additive Manufacturing”), ovvero una tecnica di produzione che, partendo da un modello virtuale 3D, genera strati di materiale attraverso la stampa, mettendone uno sull’altro, permettendo così di creare prodotti o manufatti.

· minuto 46:51 \ Nota 11 \

L’arte ceramica richiama tutti e quattro gli elementi fondamentali che Empedocle, ripreso poi da Platone e Aristotele, identificò in terra, acqua, aria, e fuoco. Il ceramista lavora e trasforma l’argilla (terra) usando gli altri tre elementi. La terra imbevuta d’acqua assume l’elasticità necessaria per essere plasmata; l’aria secca la terra, togliendo l’acqua in eccesso; il fuoco, grazie all’azione di ossigeno e carbonio, trasforma la materia, riduce il volume e modifica la colorazione.
La tecnica Raku incarna molto bene questa filosofia. Infatti, consiste proprio nello sfruttare il meccanismo di riduzione che avviene nella seconda (e ultima) cottura, dopo che l’oggetto è già stato modellato, fatto seccare, biscottato (prima cottura), e decorato con smalti colorati. L’esperienza e la conoscenza del ceramista si rivela anche e soprattutto nella gestione della cottura. Quando l’oggetto viene estratto dal forno, viene sottoposto a shock termico, ovvero viene fatto raffreddare all’aria o immerso in acqua (tecnica originale giapponese) oppure chiuso ermeticamente in un contenitore pieno di materiale organico (foglie secche, o segatura).
Altro effetto dovuto alla cottura è quello del craquelé, tipico dell’invecchiamento dei pigmenti dei quadri, che si ottiene quando l’oggetto in ceramica presenta delle screpolature nello smalto o nella vernice che lo ricoprono in superficie, in seguito al diverso ritiro dello smalto durante il raffreddamento.

· minuto 46:51 \ Nota 12 \

La parola “ceramica” deriva dal greco “keramiké (techné)” e da “keramikós” cioè “fatto di argilla”: è, quindi, l’arte di fabbricare prodotti in argilla.
Il materiale ceramico può essere di diversi tipi: a pasta porosa (terraglie, terrecotte e maioliche), la cui superficie è composta da una rete di pori, permeabili a gas e liquidi, e facilmente scalfibili, oppure a pasta compatta (gres e porcellana), la cui superficie è priva di pori, che li rende quindi impermeabili e difficilmente scalfibili.
La terracotta è un semplice impasto di argilla, magari con l’aggiunta di paglia e pietrisco, cotta al forno a una temperatura tra i 960° e i 1030°; di solito, viene usata per recipienti ad uso alimentare.
Quando viene rivestita di vernice, a base di ossidi metallici come piombo e stagno, la terracotta acquista proprietà simili a quelle del vetro: con una cottura tra 800° e 850°, si ottiene la maiolica, la cui superficie è levigata e impermeabile; viene usata per piastrelle e mattonelle.
La terraglia è, invece, fine e di colore bianco: cotta tra i 960° e i 1150°, viene utilizzata spesso come surrogato economico della porcellana, e si presta ad usi domestici.
Il gres è una miscela di argilla e alcuni ossidi metallici cotta tra i 1200° e i 1300°: essendo un materiale molto duro e resistente, è adatto per tubazioni, pavimenti e rivestimenti esterni.
La porcellana, infine, è una ceramica raffinata, ottenuta impastando argilla, quarzo e caolino, e cotta in due fasi, prima a temperatura tra 700 e 1000°, e poi di nuovo a 1200-1500°: è molto resistente alle alte temperature e per questo viene utilizzata come isolante per i conduttori elettrici, oltre che per usi alimentari quali servizi da tè.

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