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/piè·tra·lec·cé·se/
/cón·cio/

Franz Ferzini

lapicida

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Il mestiere del tagliatore di pietra è ben diverso da quello dello scultore. Sono i conci ben squadrati di un arco, il capitello o la pietra d’angolo, le opere che produce a colpi di martello, direttamente dall’arenaria o dal calcare; sono le conche per abbeverarsi o i fonti battesimali, i decori minimi e canonici di una cornice o di una lapide ricavati dal serpentino o dal porfido. Se lo scultore produce la statua, il lapicida, collabora alla nascita di una intera cattedrale. Mestiere di antichissime origini è sempre stato molto corporativo e iniziatico, lontano dai protagonismi dell’arte ma vicino alle forme più nobili del costruire. Frans ci racconta dei simboli ricorrenti che impreziosiscono la lettura delle opere in pietra, l’esagono, l’ottagono, il quadrato e di come questi celino profondi significati, ci parla degli strumenti del mestiere e del modo unico con cui questo viene tramandato. Una storia con più di mille anni, raccontata ai giorni nostri.

Note a margine

a cura di Lorenza Sabatino

· MINUTO 02:22 \ Nota 1 \

Lapicida,
Scalpellino

Un artigiano e i suoi doveri (morali)

“Fa agli altri ciò che vorresti che da altri fosse fatto a te;
Onora il Lavoro in tutte le sue forme;
Esercita le facoltà tue senza ostacoli purché non violino quelle degli altri”.

È parte del motto dei Liberi Muratori: lapicidi, scalpellini, architetti e maestri muratori. Tutti, prima ancora che lavoratori, sono uomini soggetti a una legge morale – è questa, poi, a trasfigurare il Lavoratore in Artista. Il lapicida è un artista-artigiano che si occupa di scultura decorativa e architettonica. Lo scalpellino, invece, è specializzato nella sagomatura; prende il nome dall’attrezzo che usa più e meglio degli altri tagliatori di pietra: lo scalpello. Artisti, ma soprattutto uomini, che custodiscono il dovere morale. Un testo inglese della fine del 1300 – conservato oggi al British Museum – conserva tutte queste regole in forma di canti: è il Poema Regius, prima chiamato “Poema dei Doveri Morali”.

· MINUTO 03:23 – 16:05 \ Nota 2 \

Cordolo,
Pietra Macigno,
Sandro Cherchi

Un po’ di tecnica, un po’ di parole

Con cordolo s’intende lo strato di terra battuta che costituisce l’argine, nonché un elemento di calcestruzzo inserito nello spessore del muro. In quest’ultima accezione funge da distributore dei pesi delle murature soprastanti, ma evita anche che i muri, diversamente sollecitati, possano aprirsi e dividersi tra loro. È per questo che il cordolo è un elemento fondamentale per la prevenzione dei possibili danni di un sisma. 

La Pietra Macigno è un’arenaria. Spesso è disponibile in grande dimensione. Macigno, dal lat. *machineus, deriv. di māchĭna, significa propriamente “sasso da macine”. Durante lo sfruttamento delle cave si presenta con un’alternanza di strati compatti di colore grigio verde. È resistente al freddo e all’usura del tempo: per questo è utilizzata per pavimentazioni di un certo pregio − sia interne che esterne. È usata anche per rivestimenti, elementi architettonici e di arredo urbano. Dato il suo alto livello di lavorabilità, il suo utilizzo non è escluso nei casi di decori e sculture.

Sandro Cherchi è stato uno scultore genovese la cui formazione si svolge principalmente a Milano, in cui si trasferì nel 1935 e conobbe gli artisti con cui diede origine al movimento “Corrente”. L’obiettivo del movimento è il confronto con la cultura europea contemporanea e il rifiuto dell’isolamento culturale dovuto alla politica fascista. Il risultato fu la promozione di nuove forme di libertà espressiva. Insegnante all’Accademia di Genova e poi a quella Albertina di Torino, Sandro Cherchi lavorò soprattutto sull’impostazione del rapporto tra uomo e paesaggio, a conferma dell’indivisibilità tra la tecnica e la matrice naturale della materia scolpita.

· MINUTO 08:54 \ Nota 3 \

Martellina

Quando la mano è strumento

Quand’è che un oggetto è “fatto a mano”? Il concetto passa attraverso la mediazione degli strumenti di lavoro. Prendiamo il martello: batte direttamente sul manufatto. La mediazione interviene quando ci sono due strumenti che lavorano uno dopo l’altro, a catena. Lo scalpello, ad esempio, è uno strumento mediato. Ma quanta mediazione può esserci prima che l’oggetto non sia più considerato artigianale? Immaginiamo, per assurdo, che una catena potenzialmente infinita di strumenti si interponga tra la pietra e l’artigiano. Probabilmente, neanche l’artigiano saprebbe più spiegare come l’oggetto viene prodotto: ci sarebbero troppi passaggi, troppi interventi da parte di strumenti troppo diversi. L’artigiano perderebbe la percezione del processo – sarebbe come allontanare un artista dalla sua opera prima ancora che sia conclusa. O il punto è proprio questo? L’oggetto è fatto a mano quando l’artigiano può immaginarlo prima ancora di plasmarlo; quando può vederlo compiuto, insieme a tutti i processi che lo condurranno alla produzione.

· MINUTO 17:32\ Nota 4 \

A modino

La dima: garanzia delle misure esatte

Il modo di dire, riferito alla qualità della costruzione di un’opera, fa riferimento al confronto tra la sagoma del pezzo con l’idea della sua realizzazione. Il confronto con il modello si svolgeva anche durante la costruzione delle cattedrali, nei cui cantieri si osservava una sagoma (dima o scarsetta, nella forma regionale piemontese) con forme dell’originale, ma dal materiale più leggero. La dima garantiva le misure esatte perché si tracciavano i contorni sull’originale. Questo serviva anche a garantire l’esattezza delle lunghezze di conci e mattoni. Questo tipo di tecnologia è un ponte: la sagoma divide le radici e da un lato le affonda dal disegno-modello, dall’altro nella pietra-modello. La dima, insomma, accompagna l’artigiano dal mondo dell’ideale a quello del reale.

· MINUTO 23:53\ Nota 5 \

Autorialità

Artigiani in ascolto, un appello per voi!

Il concetto di autorialità, nell’universo dell’artigianato, si riferisce in primo luogo a quello di singolarità e di firma. A queste parole potremmo aggiungerne un’altra: corporazione. La corporazione si oppone alla dimensione della confraternita, a cui da secoli l’artigianato si appoggia. Questa distanza sottolinea la matrice moderna dell’idea di firma.

Potremmo raggruppare da un lato, quindi, le parole confraternita, classe e corporazione: tutte appartenenti alla collettività, ma non per questo sprovviste di una sorta di firma. Gagliardetti, stemmi e loghi sono di per sé attribuzioni e riconoscimenti di appartenenza, anche se al gruppo piuttosto che al singolo. Questo svela molto sul modo in cui l’artigiano dovesse percepire la propria persona, specie quando inserita in un contesto lavorativo che scardinava i limiti del mestiere per fondersi nella rappresentazione dell’individuo. Dall’altro lato, la parola firma: sigillo e garanzia dell’oggetto e della sua provenienza, specie se ci si riferisce a un oggetto d’uso quotidiano. La firma semplifica la ricostruzione della storia dell’oggetto e, si sa, la storia nobilita l’oggetto attraverso il riconoscimento delle sue tappe, dei suoi punti fissi all’interno della storia. Al centro, la parola autorialità: se la firma è rappresentata da un logo comune, è l’artigiano a scegliere di rappresentarsi attraverso la collettività in cui il suo mestiere affonda anticamente le radici. Oggi, però, qualcosa è cambiato. La firma è diventata l’unico tipo di identità ammesso – quella collettiva è legata a un’altra epoca. L’autorialità è sempre una condizione desiderabile. Quindi, a tutti gli artigiani in ascolto: firmate!

· MINUTO 35:23 \ Nota 6 \

Stereotomia

Taglio estremo, colpo secco

L’arte di tagliare la pietra attraverso i procedimenti e le regole dalla geometria teorica è detta stereotomia. A essa non è estranea la litotomia, e si riferisce in particolare al taglio dei conci in fase di progettazione di una struttura. Trattandosi di una tecnica che poggia le sue basi sull’astrazione teorica, può essere applicata tanto alla pietra quanto al legno e ad altri materiali da taglio. Infatti, si fa riferimento alla suddivisione in piani e alla matrice tridimensionale per tagli di tipo principalmente simmetrico. Una stampante 3D lavora ugualmente piano per piano, componendo ciò che attraverso la stereotomia viene generalmente scomposto: il taglio più estremo è quello del diamante. Esso avveniva esclusivamente per clivaggio, ovvero attraverso un colpo secco a cui l’artigiano si preparava per lungo tempo e con fatica, vista l’irreversibilità dell’operazione, che vedeva uno spacco lungo un piano di giacenza della pietra. Oggi è possibile tagliare il diamante attraverso il disco diamantato, che produce più scarto ma è maggiormente sicuro. Dopo tutti i diamanti infranti e le notti insonni, dopotutto, chi oserebbe sferrare un colpo secco a una pietra così preziosa, così forte? È, questo, un peccato di cui dobbiamo assumerci la responsabilità: è una pratica di cui tutti abbiamo ormai perso la grazia.

· MINUTO 43:50 \ Nota 7 \

Colonna tortile

Vita eterna a spire

Qual è la funzione di una colonna? Sorreggere, spesso, e nelle sue forme architettoniche più eleganti, adornare un sito. Ma io sono colonna tortile e non sono solo sostegno, ma la forza, la fede e la vita eterna. Con un asse verticale, ho spire che mi si ritorcono attorno. Mi rendono ciò che sono, come il DNA distingue ogni essere umano con la sua unicità. E io sola, tra le colonne classiche scanalate delle navate di San Pietro dell’antichità classica, servo il monumento funebre del primo vicario di Cristo. La mia antenata medievale in forma più piccola adornava i chiostri; ma fu nel 1600 che il Bernini mi disegnò come baldacchino bronzeo, e ora sto in forma di quattro con tralci di vite nella basilica di San Pietro in Vaticano. E così come il cristiano porta la buona novella, con la mia sinuosità desto il bisogno di vita eterna.

· MINUTO 48:30 \ Nota 8 \

Arenaria (pietra)

Città di pietra

Che cos’è la pietra se non la storia della terra? Raccolta di sedimenti, strati della madre dell’uomo che si mescolano noncuranti del tempo e dello spazio a cui appartengono. Dalla terra trasportata dalle correnti per azione di fiumi, di laghi e di mari, nell’arenaria si sedimentano le stagioni cicliche e funge, una volta solida, da materiale da costruzione per l’uomo. L’arenaria, i tufi e le pietre calcaree, grazie alla loro malleabilità sono state impiegate per gli scopi più vari. Persino per costruire città. Ma quali sono le più famose città di pietra?

Parigi, la città della luce. La calda pietra grigio-crema che la costituisce prende il nome da quello antico della città: il calcare luteziano proviene dai fianchi delle colline a sud della capitale. Ma è anche scavato direttamente dal sottosuolo, dalle catacombe della città capitale. Per questo nel caso di Parigi possiamo dire di avere una città cresciuta e costruita con ciò che dal sottosuolo è stato tolto: è una città generata dalle sue viscere.

La pietra leccese, calcarea che compone la facciata della Chiesa di Santa Croce – la maggiore manifestazione del barocco in città – caratterizza il sito e lo rende inconfondibile. Meravigliosa fuori, unica dentro: la pietra leccese è l’antico letto di un mare che si propone oggi al nostro sguardo. Il colore grigio-rosato è quello dei fossili madreperlacei, delle conchiglie emerse dalle cave a cielo aperto che ancora oggi si possono vedere; grandi tagli, buchi squadrati da cui la città è emersa, inconfondibile.

Venezia, foresta di pietra. Ed è pietra d’Istria che la compone, di cui i veneziani s’innamorarono per la solidità, la leggerezza, nonché per il suo resistere alla salsedine, al gelo, ai raggi del sole. Per questo, le facciate esterne degli edifici iniziarono a conciliare lo stile romanico con quello bizantino – il risultato è testimoniato dagli abbinamenti della pietra con marmi d’alto pregio. Fu usatissima anche nella scultura gotica; ma fu nel Cinquecento che la pietra d’Istria iniziò a essere mescolata, in frantumi, insieme a malta cementizia. Da questo nacquero le celebri pavimentazioni dei prestigiosi “terrazzi alla veneziana”.

· MINUTO 59:09 \ Nota 9 \

Cosmàti,

Còsmati (famiglia)

Magister Cosmatus fecit hoc opus

Elegante, geometrico, brillante di porfido verde o rosso: lo stile cosmatesco, dalla famiglia dei Còsmati, nomadi lavoratori di marmo, adorna le chiese di tutt’Italia. Un pavimento della chiesa romana di Ara Coeli – insieme a un ambone e una sedia – è stato il primo esempio di questo stile. Il primo marmista tra i Còsmati seguì in un primo momento – parliamo del XII secolo –  lo stile dei maestri greci. Poi il suo stile, libero dalle influenze bizantine, lo condusse al mosaico architettonico decorativo oggi facilmente riconoscibile: colori e design vigorosi che si realizzano attraverso l’uso di marmo e vetro. I marmi chiari intarsiati con cerchi scuri, i quadrati e i parallelepipedi sono, infine, circondati da nastri di mosaico di vetro e oro.

Quattro diverse generazioni di marmorari hanno, quindi, definito uno stile nuovo a partire da Roma, passando per tante città, tra cui Anagni, Subiaco, Tivoli, Civita Castellana. Quattro generazioni che mantennero la stessa firma: Magister Cosmatus fecit hoc opus.

· MINUTO 1:25:00 \ Nota 10 \

Scagliola (tecnica, materiale)

Tensione verso l’originale

C’è una tecnica che permette a un materiale di fingersi altro. È la tecnica a scagliola, attraverso cui il gesso si unisce a colla e pigmenti. E io che sono marmo a scagliola mi fingo vero marmo, su una colonna di cui si era spaccato solo un pezzo. Ma io, che sono rimpiazzo, sono anche più lucente del marmo.

I natali di questa tecnica furono a Carpi nel secolo XVII; si diffuse in Europa dopo aver transitato per Firenze, inizialmente impiegata per opere di arredo sacro, poi domestico, fino a diventare lavoro di fino sempre più lontano dall’architettura, sempre più vicino alla pittura. Ma, se impiegata nell’ambito del decoro, l’uomo impara come ricavare una citazione dalla pietra vera, che non è pietra finta, ma riproduzione ragionata, impastata, marmorizzata e tesa verso il suo originale naturale, somigliante eppure altro.

· MINUTO 1:45:27 \ Nota 11 \

Rosa Comacina

Sator Arepo Tenet Opera Rotas

Nell’Editto di Rotari del 643 fu per la prima volta menzionata la figura misteriosa del Magister Commacinus, ovvero cum machinis o cum macinis. Il riferimento a impalcature e argani lascia poco spazio all’immaginazione: si trattava di artigiani, costruttori, anonimi lavoratori appartenenti a una corporazione. L’organizzazione aveva un carattere di segretezza che ancora impedisce di conoscerne le caratteristiche; il suo riconoscimento, però, è indubbio nel corso dei secoli, fin da Plinio Il Vecchio. L’organizzazione aveva inizialmente scopi pratici e manuali; successivamente, sviluppò un carattere simbolico, speculativo, che doveva già caratterizzarla in precedenza visto il numero di simboli ad essa associati. Uno di questi è la Rosa Comacina, o anche fiore a sei petali, impresso in prossimità delle porte delle case, sugli edifici, ma anche sul pane, in segno di buon auspicio. La sua forma è utilizzata ancora oggi nello stampo per le tigelle. Ma non solo la Rosa: anche i faccioni comacini dell’Appennino Bolognese avevano lo stesso scopo propiziatorio, e iniziarono a comparire per sostituire i corpi delle vittime sacrificali che anticamente venivano sepolti sotto le fondamenta della casa. Un amuleto, insomma, una citazione di attività che non si svolgono più; oppure, ancora, l’incisione del quadrato del Sator dall’uso inspiegabile, con livelli di lettura di tipo iniziatico. Sono almeno quattro, con altrettante traduzioni. Vediamole:

A partire dalla frase sator arepo tenet opera rotas possiamo avere:

Il seminatore tiene la falce, le opere agricole, le ruote;

Il Creatore delle terre tiene (governa) le ruote celesti;

Il Creatore tiene il Grande Carro, le costellazioni, le stelle;

Il seminatore decide i suoi lavori quotidiani, ma il tribunale supremo decide il suo destino.

Chi ha visto Tenet, il film di Nolan? Il titolo, i nomi di alcuni personaggi, sono ispirati proprio al quadrato del Sator. 

Bibliografia

René Guénon, Simboli della scienza sacra, Adelphi, 1990.

John Ruskin, Le pietre di Venezia, Mondadori, Oscar Classici, 2000.

Umberto Eco, Sator arepo eccetera, Nottetempo, 2006.

Robert Freke Gould, Il poema regius. Il principale documento della massoneria operativa medievale, Tipheret, Yesod, 2019.

Floriana Spalla, I percorsi della scagliola intelvese, simboli e devozioni tra fiori e colori marmorei, Cerano Intelvi, 2011.

John Dickie, I liberi muratori. Storia mondiale della Massoneria, Laterza, 2021.

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