/a·sim·me·trì·a/
/gón·do·la/
/spì·go·lo/
/vo·gà·re/

Piero Dri

remier · Forcolaio Matto

/a·sim·me·trì·a/ · /gón·do·la/ · /spì·go·lo/ · /vo·gà·re/ · /ma·è·stro/ · /remier/ · /souvenir/ · /strut·tù·ra/ · /mi·ṣù·ra/ · /cam·pièl·lo/ · /brìc·co·la/

Forcolaio Matto, il nome è tutto un programma. Proprio come il Cappellaio di Alice, Piero Dri è fuori dagli schemi. Forse perché abita nell’incredibile Venezia,  anche perché il suo lavoro, produrre remi e forcole per le gondole, è uno dei più rari al mondo, infine pure perchè la gondola non è una barca qualsiasi, lucida come un pianoforte, ma carica di stranezze, assimmetrica e storta, con il suo pettine metallico che rappresenta la città e i suoi canali e il suo scalmo di legno scultoreo come potrebbe essere un opera di Boccioni. La forcola deve  anche funzionare bene, il remo deve trovare la sua sede perfetta sia per la voga in avanti che per curvare e arretrare, deve assecondare lo stile e il fisico del gondoliere. Estetica e funzione si incontrano in un oggetto dalle forme sinuose e dagli spigoli ben netti, sintomo inequivocabile di una manifattura capace. Dri ci insegna quali sono i segni per scoprire un lavoro a regola d’arte, anche parlando di souvenir, perline di vetro e gondoline di pasta di sale.

Note a margine

a cura di Giulia Cappelli

· MINUTO 3:48 \ Nota 1 \ REMO E REMER

/rè-mo/
“Arnese a forma di asta terminante in forma di pala che, opportunamente fissato all’orlo di un galleggiante, è immesso nell’acqua a manovra di un mezzo acquatico.”

/re-mér/
“Artigiano che fabbrica remi e forcole; dialetto veneziano.”

«Ci vogliono dalle 8 alle 10 ore di lavoro per costruire un remo”, sottolinea Pastor. “Per una forcola, a seconda del modello, si va dalle 5 alle 40 ore. Si parte da un quarto di tronco e si arriva a creare un oggetto che in passato era solo un appoggio per il remo ma oggi è considerato una vera e propria opera scultorea. Le ore di lavoro, la fatica e l’impegno, però, sono sempre ripagati dalla grande soddisfazione di continuare a portare avanti un pezzo di storia e tradizione veneziana.”»

Saverio Pastor, remèr di professione

· MINUTO 9:50 \ Nota 2 \ MANDARE A BOTTEGA

Nel Cinquecento la bottega non solo era il termine generico con cui si indicava un esercizio commerciale, ma era anche il luogo in cui venivano mandati ad apprendere un mestiere molti giovani dal destino incerto. Iniziavano come aiutanti. Gli artigiani si dice fossero, chi più e chi meno, molto gelosi della loro arte, e quindi non era cosa facile riuscire a farsi raccontare e spiegare tutti i segreti che custodivano. Così, i giovani, nei primi tempi, oltre a rubare con lo sguardo, s’inserivano in un rapporto complesso, dove il maestro si mostrava reticente a qualsiasi apertura e la loro determinazione era la base di qualsiasi passo avanti. Oggigiorno questa pratica, che sembra esser stata sostituita dagli stage o dai tirocini curriculari, è una rarità, ma possiamo dire che è ancora presente, soprattutto se cercata molto attentamente. Molti saperi radicati nella tradizione del nostro paese vengono ancora trasmessi solo da maestro ad allievo, come succede per le launeddas, strumento a fiato sardo, e per i remi delle gondole di cui si occupano i remer. Se cerchiamo su internet ci renderemo conto che, per le due forme d’arte sopra citate, poche sono le strade che permettono di diventarne autodidatta. Perché?

“Memoria e/o consapevolezza: ecco dunque i luoghi in cui possono giacere, cessato l’uso, i modelli formali in ambiti di tradizione e trasmissione orale”, scrive, a riguardo, Francesco Giannattasio (Giannattasio F. (1998), Il concetto di musica). Quello del remer è uno dei pochi mestieri che non è possibile imparare al di fuori delle botteghe che si avvicinano al concetto cinquecentesco, e non perché sia più difficile di altri. È un contesto che si è salvaguardato dal mutare delle condizioni di una società con cui molti mestieri si sono trovati a convivere, divenendo un ambito protetto, raro. La tradizione in cui vive il lavoro del remer è riuscita a sopravvivere nel tempo, ed è uno dei pochi mestieri che è possibile ancora apprendere solo per via orale, empirica, non per via manualistica. Una reminiscenza del passato che è ancorata alla complessa relazione a due, quella del maestro e dell’allievo, che non è scomparsa dall’Italia e che vive soprattutto in realtà piccole, legate all’artigianato, la cui sopravvivenza è minata dall’incertezza di non trovare più giovani con l’interesse di apprenderne i segreti.

· MINUTO 30:37 \ Nota 3 \ Turisti a Venezia

Se è a partire dal secondo dopoguerra che Venezia si afferma come una delle mete del turismo di massa, il rapporto con l’altro – lo straniero – non è cosa nuova per questa città. Già destinazione prediletta dei mercanti che percorrevano le vie commerciali orientali e imprescindibile repubblica marinara a partire dal Medioevo, possiamo affermare che Venezia non sia stata mai veramente chiusa allo scambio. Il turismo che oggi popola le sue strade avrebbe, di diverso col passato, solo una questione di intenzione: non si cammina più tra le sue calli per scambiare la propria merce ma, nella maggior parte dei casi, per scopi ricreativi, di piacere, per gioire della compagnia della città dell’amore. Venezia ha dovuto, quindi, modulare la propria evoluzione sulla presenza non solo dei veneziani, ma anche, e soprattutto, di questo flusso di turisti che anno dopo anno è aumentato in quantità fino a esser percepito come un problema. 

Negli ultimi tempi si è cominciato a parlare di turismo sostenibile, una nuova forma di sguardo verso il fenomeno che porta attenzione al rispetto delle tradizioni locali. Una relazione non più unidirezionale (turista che prende, città che dà, che si aggiusta), ma di equilibrato arricchimento reciproco (turista che prende, che dà, e città che prende, che dà). Dato che il turismo si ripercuote molto spesso sulla qualità della vita dei locali e, come nel caso di Piero Dri, anche degli artigiani, sarebbe quindi da ripensare il ruolo del turista – e quello della città stessa – all’interno dell’ecosistema cittadino. Solo così – forse proteggendosi, potremmo dire – Venezia avrebbe l’occasione di tornare ad essere protagonista della sua esistenza, riuscendo a riappropriarsi della sua venezianità, non vivendo più al servizio di qualcuno che viene e poi se ne va, salvandosi dal cadere nel pericoloso vortice di un turismo incontrollato difficile da contenere, controllare e, inevitabilmente, ridimensionare.

· MINUTO 39:19 \ Nota 4 \ VECIO GONDOLIER

vecio gondolier
spiegame parché
tuto intorno a mi
musica ghe xe

La barcarola, o canzone da gondola veneziana, è un genere di poesia popolare strettamente legata alla storia di Venezia. Inizialmente cantata dai gondolieri veneziani, la sua struttura si è consolidata fino a trovare fortuna oltre i confini della città, diffondendosi nel più ampio territorio europeo. 

mi no so cantar
voze mi no go
venexia ti se za
tuta ispirasion

Il termine è quindi entrato a far parte di molte lingue europee per definire una speciale forma musicale che ricorda l’incessante dondolio del mare, soprattutto di quello di una barca sulle onde – ciaff, ciaff, ciaff  – o del battere dei remi sulla superficie dell’acqua – scaff, scaff, scaff.

soto el ponte dei sospir
al chiaro di luna
xe un poema senza fin
star ad ascoltar

Il ritmo derivante da questa melodia ha influenzato i compositori moderni (tra cui Mozart) entrando a pieno titolo nei teatri d’Opera europei. Se la barcarola ha contribuito a consolidare un certo immaginario del gondoliere, di lei oggi poco rimane: le uniche canzoni che permangono nel repertorio dei gondolieri appartengono, infatti, a un’aspettativa tutta turistica e poco veneziana.

· MINUTO 40:17 \ Nota 5 \ ASIMMETRIA

Una caratteristica peculiare della gondola è il suo essere asimmetrica: il lato sinistro è più largo di quello destro di 24 cm e, di conseguenza, naviga sempre inclinata su un fianco. La gondola deve essere asimmetrica e questo perché, essendo mossa da un solo uomo e da un unico remo, è il suo unico modo per compensare. Se non fosse storta, potremmo così dire, la gondola non potrebbe andare dritta. 

In natura l’asimmetria è molto più frequente rispetto alla simmetria, come se la natura avesse capito che a esser perfetti, nel nostro immaginario culturale di perfezione, non si sopravvive a lungo. Il nostro volto è asimmetrico, letteralmente che “non presenta corrispondenza e proporzione riguardo ai propri elementi costitutivi”, e persino la stessa riproduzione sessuata, su cui si è basata l’evoluzione sul nostro pianeta, è asimmetrica. Pensiamo ai cromosomi, che sono il risultato del processo riproduttivo alla base della differenziazione in specie tipica del nostro mondo, la meiosi: i cromosomi sono due, sì, ma diversi tra loro! Se così non fosse, saremmo tutti sosia. Anche qui: l’asimmetria che genera la vita, la propulsione.

L’asimmetria, nella nostra società, sembra essere percepita come un disvalore, e la perfezione a cui si mira, spesso, è volta alla sua sconfitta, in favore di un volto, di una vita, di un dettaglio, che sia simmetrico rispetto all’aspettativa che si ha nei suoi riguardi. Ma la gondola, storta com’è, è capace di navigare, e nonostante la sua apparente imperfezione è un tipo di imbarcazione sopravvissuta fino ai giorni nostri. Anche noi, senza l’asimmetria, l’imperfezione, non esisteremmo nella forma che conosciamo oggi, così funzionale e così evolutivamente vantaggiosa. Sembra che la stessa esistenza ci dica: abbandonate ogni aspettativa di perfezione, esseri umani, che tanto funziona solo quello che è… storto.

· MINUTO 47:52 \ Nota 6 \ COLTELLO A PETTO

Mi fido di te:
coltello che adesso ti avvicini
al mio petto e adesso ti
allontani;
mi fido di me:
mani che stringono la lama che
adesso si avvicina e che adesso
si allontana.

Così danziamo –
il mio corpo, la lama –
il mio sudore è il suo,
il suo stridere è il mio;
non deve eppure sfuggirci
nemmeno per un attimo
il controllo che ci lega
assieme

che è un momento che tu sfugga
alla mia presa
e mi trafigga il cuore.

· MINUTO 1:01:20 \ Nota 7 \ STORIA TRISTE DI UNA TAZZINA

Mia nonna era di nobile stirpe. Nacque in Cina e subito si mise in viaggio, percorrendo in carovana la Via della Seta; quando arrivò a Venezia, fu subito una festa. “Guardate che bella”, dicevano puntando il dito nella sua direzione. E lei si beava di tutte quelle attenzioni, ricordandosi che l’artigiano che l’aveva modellata, dipinta e poi incartata, glielo sussurrava sempre, quanto sarebbe stata preziosa. 

Questa storia la conosco perché mi è stata raccontata; io, mia nonna, non l’ho mai conosciuta. Sono una cineseria, una delle tante che da questa nonna ha ereditato la forma, i colori, i disegni spesso a fiori indaco e blu. Tazzine, ci chiamano quando vogliono essere carini; siamo vendute a dozzine nelle bancarelle in piazza San Marco a turisti che ci indicano in lingue a noi sconosciute. Della venerazione di un tempo poco rimane – oh, nonna, se potessi aiutarci tu – e nelle bocche degli umani, quando passano accanto a noi, viaggiano parole come “Cina”, “bassa qualità” e “tutte uguali”. Io la Cina l’ho vista quando sono nata, e poi mai più; nel container nel quale sono stata stipata non si vedeva il cielo, e quando sono uscita pensavo di essere sempre in Cina. Così non era. Vorrei che questi umani mi vedessero come guardavano te, nonna, vedendomi per quello che sono – una tazzina di nobile stirpe – non qualcosa da buttare, un coccio, ceramica solo d’apparenza, un clone, un souvenir. Cosa sono, io, nonna? Se non sono te, perché non sono te? Perchè quando cado non mi rompo, perché quando mi guardano non mi ammirano?

· MINUTO 1:11:15 \ Nota 8 \ Pietre d’Istria

L’Istria, a est rispetto all’Italia, è una penisola che si estende nel mar Adriatico. È un territorio che, nel corso degli ultimi secoli, è stato conteso tra varie potenze europee. La Repubblica di Venezia ottenne il controllo di buona parte del suo territorio nel 1535, e lo mantenne fino al 1797, quando Napoleone dissolse la Repubblica stessa, anche detta la Serenissima. Il rapporto che la Repubblica costruì con la penisola istriana partì molto tempo prima, intorno all’VIII secolo d.C., quando Venezia decise di cercare nuovi materiali da costruzione al di fuori dei propri confini. Innamoratasi delle pietre – soprattutto dei marmi – ottenuti tramite il saccheggio di Costantinopoli e di altre città orientali – e non avendo, nel proprio territorio limitrofo, avuto fortuna nel trovare un materiale altrettanto solido e resistente – Venezia decise di cercare maggior fortuna sulla penisola istriana, vicino alle cui coste aveva ottenuto il permesso di navigare. I veneziani trovarono quindi la pietra d’Istria, una roccia calcarea sedimentaria, compatta e poco porosa – quindi molto resistente alla corrosione salina – che cominciò a essere importata e che sostituì, ben presto, i marmi orientali, andando a formare lo stile gotico veneziano. Nacquero nuove figure commerciali, dagli artigiani ai tagliapietre, e fu utilizzata per costruire, oltre a opere grandiose in tutti i territori occupati dalla Repubblica, anche palazzi capaci di sopportare il continuo contatto col mare. L’importazione della pietra andò avanti fino alla dissoluzione della Repubblica di Venezia, di cui Napoleone si fece portavoce. 

Il suo utilizzo, oggi, è molto limitato: le cave – presenti solo nelle aree circostanti Istria – si stanno esaurendo, ed è sempre più difficile trovare materiale di prima scelta. Nonostante questo, la maggior parte della sua esportazione è diretta, ancora oggi, verso l’Italia.

· MINUTO 1:15:14 \ Nota 9 \ MARCHIARE A FUOCO

Cominciammo a marchiare il bestiame
perché da solo non poteva spiegare
a chi apparteneva.

Indelebile
ci accorgemmo che era
quel marchio,
quel dire che è mio, solo mio;
fila alla larga, potresti avere guai!

Lo trasportammo sugli uomini,
anch’essi merce, anch’essi
oggetto di valore,
anch’essi bestiame che
ci sfama
col nostro nome.

Affrancato dalla sua radice
di catena e condanna
oggi il marchio a fuoco
spiega ancora le cose che non hanno una voce
forse agli altri ma
credo più a noi stessi
noi tutti artigiani – chi meno e chi per lavoro –
dicendoci che le cose son figlie
figlie che ci danno il pane

abbine cura sempre
che col marchio hanno adesso
il tuo nome.

· MINUTO 1:17:25 \ Nota 10 \ SPIGOLOSO

/spì·go·lo/
/spi·go·ló·so/

“In senso figurato: durezza, asprezza, ruvidezza, scontrosità, suscettibilità, permalosità.”

Se pensiamo a qualcosa di spigoloso siamo naturalmente portati a figurarci un’asprezza, una difficoltà, un percorso che non sia semplice, tutt’altro che “liscio”. Lo spigolo è, per la nostra cultura, un luogo astratto verso cui mandare un accidente ogni qual volta il nostro mignolo ci sbatte contro. Ma non tutti lo guardano allo stesso modo, persino all’interno della stessa cultura: per alcuni, come ad esempio gli artigiani come Piero Dri, gli spigoli sono una parte importante – se non la più importante – dell’opera finale. Nella loro espressione compiuta, gli scalmi costruiti dai remer hanno bisogno degli spigoli, e gli artigiani hanno dovuto imparare a maneggiare la materia prima in modo che, proprio in prossimità del confine tra i lati della struttura, non si venisse a verificare la brutta situazione in cui l’intera opera si rovinasse proprio a causa di uno spigolo venuto male. Solo delineando e mantenendo lo spigolo in tutta la lavorazione, lo scalmo arriva a compimento. 

Lo spigolo diventa per i remer la massima espressione della maestria, dove la virtù sta nel processo e le capacità emergono dal portarlo alla sua fine, che può avvenire solo avendo estrema cura dei punti critici, ovvero gli spigoli. E gli spigoli, per gli oggetti, altro non sono che l’essenza stessa della loro delimitazione, della loro esistenza come entità. 

Non tutto quel che è spigoloso vien per nuocere; a volte è solo una questione di prospettiva. Ce lo dimostrano i remer: lo spigolo può rappresentare sì, difficoltà, ma non per chi si deve confrontare ogni giorno con ciò che gli angoli rappresentano e mettono in luce, dovendoci trovare un senso, della bellezza, la chiave per l’ottenimento di un grandissimo – a opera conclusa – sentimento di soddisfazione.

· MINUTO 1:28:04 \ Nota 11 \ SPIGOLOSO

Quando un artigiano si trova a dover scegliere quale materia prima usare ha sempre una scelta da fare, e non riguarda solo la sua preferenza. Nel caso del remer parliamo del legno. Dovrà scegliere, infatti, tra l’usare legni belli – da vedere, da toccare, persino da annusare – o legni funzionali – più o meno morbidi, con quante e quanto spesse venature, oltre alla loro direzione. Inoltre la scelta deve sottostare a tutta una serie di questioni ambientali che non possono essere ignorate, e che spesso impediscono, attraverso leggi di salvaguardia (spesso dovute alle condizioni di pericolo in cui certe specie di alberi si trovano), di importare determinati tipi di legni. Dato che non tutti gli alberi riescono a fornire materia prima con le caratteristiche necessarie all’artigiano, la scelta è già di per sé limitata. Se pensiamo che il legno ideale per il remer è quello appartenente ad alberi invecchiati, ci rendiamo presto conto che gli esemplari avranno differenti possibilità di essere scelti. Ecco che si va includendo, all’interno della questione della salvaguardia ambientale, anche quella relativa alle caratteristiche del legno. 

E’ una dura questione, quella della materia prima, anche per il rapporto che gli artigiani hanno con i clienti. Quanto spesso, ad esempio, ci è capitato di andare a comprare un tavolo, magari avendo fatto, prima, un’attenta ricerca, e di aver avuto bene in testa di quale colore lo avremmo voluto avere? Così, magari, abbiamo mosso determinate richieste all’artigiano, senza sapere che un colore non vale l’altro e che i legni, anche se sono usati per fabbricare lo stesso oggetto, sono molto diversi tra di loro. Le materie prime sono importanti e, spesso, a oggetto finito, nemmeno se ne ha consapevolezza. Ma ci sono: sono frutto di una scelta che è sempre più difficile da fare e che getta sull’artigiano tanta preoccupazione, forse più di un tempo. 

I remer, per fabbricare i loro remi, erano soliti utilizzare il ramino, dai costi contenuti. Un legno che si ottiene da alberi che si trovano principalmente in Oceania e che è apprezzato per la sua ottima resistenza alle sollecitazioni meccaniche, è poi diventato proibito da esportare a causa dell’eccessivo prelievo di esemplari. E’ stato necessario, quindi, non solo da parte dei remer ma di tutti coloro, aziende e artigiani, che per tempo avevano optato per il ramino, cambiare materia prima. I remer hanno dovuto cercare un legno che corrispondesse alle esigenti caratteristiche di una lavorazione come la loro, che rischia di rompere qualsiasi materiale che abbia grosse e scomode venature. Si è passati, così, al noce. Ma anche il noce è, in questo momento storico, difficile da trovare: non solo, infatti, per essere lavorabile nel modo in cui lo fa il remer avrebbe bisogno di essere lasciato invecchiare, ma è anche considerato una specie in pericolo. Dai noce nostrani si è così passati a quelli turchi, virando poi in direzione dell’Anatolia. Adesso il remer sta correndo il rischio di non poter più scegliere tra il bello e il funzionale, ma di doversi accomodare, accontentare. Ma un remo di un legno che non ha le caratteristiche che deve avere, sarà comunque un remo? Inoltre, pensiamoci: se l’artigiano non dovesse trovare più legni adatti alla lavorazione a cui li deve sottoporre, cosa sarà senza la sua materia prima?

Bibliografia

Marzo Magno A., La carrozza di Venezia. Storia della gondola, Mare di carta, 2008

Autori vari, Barcarola. Il canto del gondoliere nella vita quotidiana e nell’immaginazione artistica, Viella Libreria Editrice, 2016

Vianello R., Il gondoliere, Cierre Edizioni, 2011

Goldman W., Il silenzio dei gondolieri, marcos y marcos, 2019

Divari L., Barche del golfo di Venezia, Il leggio, 2009

Munerotto G., Il Gondolin da Fresco. La più antica gondola a Venezia, Mare di carta, 2016

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